La ricerca fotografica ARSENALE è uno scandaglio nell'universo interiore dell'essere umano, con le sue debolezze e fragilità, col suo tempo perduto ma anche con la sua aggressività e l'uso di quei meccanismi difensivi e ricorsivi che spesso si rivelano più nocivi delle stesse minacce provenienti dall'esterno. Per questo ho chiamato all’appello luoghi dalle geometrie apparentemente impossibili, dimensioni impolverate, nervature inaridite dal disincanto e dall'abbandono. Latitudini e tempi dispersi, apparentemente luttuosi, nei quali il guizzo della vita prende forme imprevedibili.

Il tempo presente quando è passato ha un solo rifugio, all’interno dello spazio rassicurante del rettangolo fotografico. Sulla sua superficie piana rimane impressa la transitorietà di tutta la materia. Nel labirinto dell’ARSENALE il tempo non è consolatoria panacea, al contrario agisce con tutta la sua capacità trasformativa imprimendo sulla vita pieghe, fessurazioni e incrinature.

Piaga e piega la materia il tempo, ma lo fa per amore. L’accartoccia perché la vita ha bisogno di crescere all’infinito in uno spazio finito. Ecco allora che all’interno di ogni curvatura, anche la più minuscola, trova alloggio una realtà che a sua volta ne contiene un’altra e un’altra ancora. E via così all’infinito sino ad investire il pezzo più minuscolo dei nostri tessuti epiteliali. Un viaggio dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo cui fa eco l’aforisma di Roland Barthes secondo cui la fotografia è ripetizione ed il pensiero di Jaques Lacan per il quale l’inconscio è ripetizione.

Così in ARSENALE scatole elettriche tradiscono una potenziale tendenza alla moltiplicazione cellulare e modulabile. Alla pressione verticale di una struttura in procinto di collassare fa da contrappunto una pencolante scala a chiocciola che promette un'ascesa luminosa. E anche l'abbraccio di un arbusto avvizzito porta con sé tutta l'evidenza del codice che sottende la spirale evolutiva.

Da certi labirinti interiori se ne esce solo facendo appello a tutto il coraggio di cui disponiamo. E’ necessario osservare e ricordare percorsi già battuti e vicoli ciechi senza sbocco. Ma qui gli occhi sono inutili perché a smentire le leggi della fisica c'è una statica impossibile, il sopra si confonde col sotto e le porte da sfondare sono già spalancate. Occorre quindi procedere bendati eppure pronti ad abbracciare ogni sensazione, senza paura, senza protezione. Pronti a resistere alla gelida carezza a fior di pelle del frullo d'ali di una pianta che si crede un insetto.

ARSENALE è il mio disperato tentativo di ritrarre il silenzioso ansimare di una parete di gesso, il luccichio di un pavimento trasudante di umori e i nervi tesi di una travatura in procinto di cedere alla lusinga del riposo. Il nostro ansimare, i nostri umori, i nostri nervi.

Claudio Colotti