Il corpo. Circa cinque mesi fa ho subito un intervento molto delicato: sono nata con due costole in più dalla nascita una delle quali nel tempo mi ha provocato una stenosi di grado severo dell’arteria succlavia, che mi ha messo di fronte ad una scelta.
Io lavoro molto con e sul corpo; nella mia pratica artistica lo definisco lo strumento con cui interagisco con l’Altro. Il mio corpo stesso - forse è questo il problema come direbbe il filosofo francese Jean Luc Nancy quando racconta nel suo libro L’Intruso del suo trapianto di cuore - era diventato un “estraneo” a me stessa, con la sua forza la “costola intrusa” si manifestava mettendo a rischio la mia stessa vita. Qual è il confine tra me e l’intruso?
La guerra. Spesso quando si parla di corpi in difficoltà, si parla anche di battaglie, di sopravvissuti… così anche con questa pandemia siamo entrati in questa retorica. Il lessico della guerra ha preso il sopravvento, si è iniziato a parlare di prima linea, di caduti e di eroi. Questo linguaggio non l’ho amato molto, né nel mio caso specifico né ora. Questa non è una guerra perché non c’è propriamente un “nemico”. Il virus non ci odia, neanche ci conosce, non sa niente né di noi, né di sé. Non è quindi una guerra e credo sia pericoloso pensarla tale perché in questa prospettiva si possono legittimare derive autoritarie.
La casa. Ho passato ben due mesi a casa post operatori, senza uscire, senza muovermi, senza riuscire a vestirmi da sola o a mangiare, il corpo è diventato improvvisamente la mia prigione, la casa, il letto, gli oggetti una sorta di prolungamenti. Per questo mi sono detta all’inizio della pandemia che ero abbastanza abituata a questa condizione di isolamento, ma non era la stessa cosa, questa volta tutti siamo stati rinchiusi: questa sensazione collettiva di segregazione ha creato una forma di azzeramento rispetto alla realtà.
Il virus ha fatto emergere le nostre paure “borghesi” minacciandone la tenuta di alcuni fragili privilegi. Ovviamente ognuno ha risposto a suo modo: c’è chi ha iniziato tra un corso di cucina e l’altro la lettura di libri lasciati sui comodini a prendere polvere - sedendosi comodamente nel giardino di una grande casa – chi ha iniziato il nuovo corso di yoga on line o di disegno intuitivo.
Differentemente dall’altra parte qualcuno era costretto a condividere 40 metri quadri con 5 persone, un solo computer a nucleo familiare o chi ha visto scomparire giorno dopo giorno il proprio lavoro. Non dimentichiamo inoltre la questione sulla violenza domestica, che è esplosa ancora di più in questo periodo di convivenza forzata.
La casa, il condomino come nell’omonimo libro di Ballard è solo una costruzione umana, pensata inizialmente per isolare – ed è, infatti, proprio per essere soli che gli inquilini decidono di viverci – ma in realtà fatta in modo da favorire nuove forme di legami e gerarchie. Il condominio è un lucido, pessimistico ritratto della natura umana nelle sue forme più aberranti, denso di immagini difficili da dimenticare, oggi più che mai attuali.
Lo slogan dell’autoreclusione domestica con l’hashtag che ci ha accompagnato in questi mesi #iorestoacasa si basa sul principio che tutto sia convertibile in attività casalinga. La prigionia domestica può distruggere i rapporti e generare una sensazione di blocco che non si traduce nella voglia di leggere romanzi o altro. Abbiamo cominciato quindi a percepire che qualcosa stava per rompersi.

Nel video che ho prodotto durante il confinamento casalingo emerge questa “crepa” I Fear è un autoritratto video performativo in cui l’io si “identifica” nella paura.
L’inizio del video sembra spensierato - anche se l’azione del tagliare i capelli non è del tutto quotidiana ma appartiene alla comune condizione di isolamento - il motivetto sonoro accennato dalla voce sottolinea una situazione di leggera inconsapevolezza. Quanto il canto intimo si trasforma in un verso animalesco qualcosa cambia: la trasposizione sul piano visivo è l’assunzione di connotati da dittatore. L’io che emerge è spaventoso e grottesco, come un animale in cattività – l’urlo delle scimmie aggiunge un elemento non solo istintivo ma anche distopico – l’io autoritratto scopre una parte di sé nascosta e perturbante.
Il lavoro è una riflessione sulla condizione di costrizione e di potere sui nostri corpi durante il periodo di quarantena, in cui la pandemia sembra aver prodotto una grande esperimento sociale mai visto prima.
Il personale è politico slogan del movimento femminista teorizzato da Carla Lonzi echeggia qui ed indica bene la questione: la messa in discussione della separazione tra la sfera pubblica e quella privata. L’oppressione individuale, il controllo, diventa oggetto da cui scaturisce una riflessione anche sul piano collettivo.
La paura che emerge è quella della regolamentazione e del ritorno a nuove forme di totalitarismo – quelle derive autoritarie di cui parlavo all’inizio - di sospensione dei diritti, non solo imposta esternamente e socialmente, ma che permea ed incide sul piano intimo e personale trasfigurandolo.
Considero il dittatore tedesco un’icona negativa del nostro Novecento, già “utilizzata” da altri artisti che ne hanno evidenziato la violenza evocativa attraverso concetti di brutalità e caduta. I rimandi chiari alla storia della performance sono molti: lo stesso gesto di tagliarsi i capelli che è il punto di partenza, appartiene qui invece ad una condizione comune in questo periodo di quarantena forzata. Come artista e donna ritengo che il corpo sia un soggetto politico, trasformarlo cambiandone i connotati è un atto duro e di protesta contro una condizione imposta.
Nell’attuale periodo post-pandemico che stiamo vivendo, in cui i corpi sono diventati sempre più luoghi di violenza e sottomissione, di rivendicazione sociale da parte del movimento Black Lives Matters che lotta per un corpo senza confini di pelle, che non deve più inginocchiarsi di fronte al suprematismo bianco feroce e tirannico. Quello che resta da tirare giù insieme alle statue che cadono pesanti come corpi morti a terra, sono le nostre paure che rimbombano e, come polvere, restano appiccicate addosso creando un velo di pregiudizio sottile che a volte facciamo fatica a riconoscere: I Fear.