Continuo quest’analisi sul corpo partendo da alcune riflessioni del filosofo francese Michel Foucalut  - il primo pensatore della storia a venire a mancare per complicazioni generate da un virus, l’HIV - che ci ha consegnato alcune delle considerazioni più efficaci per riflettere sull’esercizio politico della pandemia. 

Il potere è una relazione che ha il suo punto d’attacco nel corpo e proprio attraverso di esso organizza le masse di individui”.  Il corpo non può essere assoggettato all’infinito, lo stesso corpo opporrà resistenza che è sintomo di una volontà e di un’intransigenza e tensione verso la libertà. 

Non esiste politica che non sia anche una forma di politica dei corpi. Per Foucault, le norme di governo biopolitico si sono propagate come una rete di potere che ha valicato la sfera giuridica o punitiva per diventare un’energia orizzontale e oppressiva, attraversando l’interezza dei territori e irrompendo infine nel corpo singolo.

Il corpo, il nostro personale corpo, come spazio di esistenza e come luogo di potere, come nucleo di procreazione e di impiego di efficienza, è diventato il nuovo spazio all’interno del quale si manifestano le aggressive politiche di confine che concepiamo e sperimentiamo da molto tempo sull’Altro da noi, ingaggiando una battaglia al virus, agli “intrusi”.

the struggle for power elena bellantoni video still

Il moderno confine “necropolitico” è dunque il risultato dell’intreccio tra «sovranità» e «razza», esercitare la sovranità significa esercitare il controllo sulla mortalità e definire la vita come il dispiegarsi e il manifestarsi del potere, secondo il filosofo camenurense Achille Mbembe.
Questo confine si è spostato dalle nostre coste verso la porta di casa. Il nuovo confine è la mascherina che abbiamo indossato tutti i giorni.

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Lo spazio che attraversiamo così come l’aria che respiriamo vogliamo che sia solo nostra, se incontriamo qualcuno camminando siamo pronti a cambiare marciapiede o ad attraversare anche la strada. Sfiorarsi è identificato come una minaccia e allo stesso tempo come un bisogno. Il contatto corporeo è fondamentale all’ esistenza di tutti, allo sviluppo dei neonati, alla memoria degli anziani, al rafforzamento del sistema immunitario, alla guarigione, così afferma von Thadden e cita gli studi dell’apatologo tedesco Martin Grünewald. Il confine è diventato oggi la nostra stessa pelle. Per molto tempo abbiamo inviato migranti, profughi ed esuli, i minori, i richiedenti asilo, i senza fissa dimora nei centri di “accoglienza” dei luoghi sospesi, in between. In questi mesi siamo stati noi a vivere in una forma di carcerazione dentro le nostre stesse case. Forse non è un caso che all’inizio della pandemia siano stati proprio i carcerati a protestare e richiedere riconoscimento dei diritti basilari.

MAREMOTO 2016 elena bellantoni

Chi si sposta da un confine all’altro deve spesso attraversare il mare, per farlo “escogita” diverse strategie per compiere un viaggio di cui si conosce bene il punto l’inizio ma non quello di arrivo. Maremoto è un lavoro di natura performativa girato sulle coste siciliane. Alle prime luci dell'alba cerco di cavalcare le onde del mare in sella ad una bicicletta. Il video riprende il tentativo impossibile di attraversare il mediterraneo utilizzando un mezzo poco affidabile. Trascinata via dalla forza dell'acqua mi immergo fino a scomparire; dallo stesso punto emerge un ragazzo di colore che ripercorre a ritroso il percorso per approdare finalmente alla spiaggia e proseguire il suo viaggio in bicicletta.
Maremoto è un'opera circolare in cui gli elementi dell'acqua, del mare e dell'attraversare raccontano la storia di Ibrhaima, un ragazzo arrivato a Lampedusa dal Senegal. È la sua voce ad accompagnare il video in lingua pulaar, il suo dialetto. Nell'andare si trova il sé, così come nel tornare. Il desiderio di quest'incontro avviene sul confine del mare, il viaggio diventa un tentativo di ricucire due sponde, due orizzonti, più culture. Il Mediterraneo da sempre ha rappresentato una strada d'acqua percorsa da popolazioni che giungevano e ripartivano. Le azioni riprese dal video sono costituite da due unici piani sequenza che danno corpo alla reale fatica dell'attraversamento. Non c'è traduzione linguistica delle vicende raccontate da Ibrhaima ma, mediante le immagini e il suono della sua lingua, si percepisce la storia di uno dei tanti migranti approdato sulle coste mediterranee. L’esigenza del confine va associata con il bisogno del passaggio di là dal confine. In questi termini la tutela della purezza identitaria è sempre animata da uno spettro ossessivo che non lascia spazio al forestiero. Ma a quale straniero? Il nero, l'ebreo, l'extracomunitario? Una lezione interessante arriva dalla psicoanalisi: lo straniero prima di giungere dall'esterno, risiede in noi stessi.

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Il moto, contenuto nel titolo, sottolinea due azioni: quella della bicicletta e quella del mare. Ho scelto la bicicletta perché, passando del tempo in questa costa di confine, mi sono resa conto che la maggior parte dei ragazzi migranti che la mattina vedevo andare a lavorare nei campi usavano questo mezzo per muoversi. La fragilità della bici corrisponde alla fragilità delle imbarcazioni con cui arrivano sulle nostre coste. E io non potevo non provare a cavalcare questo Maremoto.