La Terra si sta ribellando contro il mondo. L’inquinamento diminuisce in maniera evidente. Lo dicono i satelliti che mandano foto della Cina e della Padania del tutto diverse da quelle che mandavano due mesi fa… afferma la voce di Franco Berardi Bifo nelle sue “cronache della piscodeflazione” che mi ha tenuto col cervello acceso durante i mesi di quarantena su radiovirus.org – presente in versione scritta su not.neroeditions.com dal 16 marzo.

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Le città sono diventate le nostre nuove gabbie, in questo periodo c’è chi sogna un pezzo di giardino o il ritorno alle campagne, in un’economia “collettiva” dove il denaro è sostituito dallo scambio. Forse l’illusione ex sessantottina delle comuni sta tornando ma con una veste nuova, spinta dalla crisi e dal riconoscimento che le città che abbiamo costruito, non sono più dei modelli sostenibili.

Ma anche le campagne hanno le loro giuste rivendicazioni, in replica a Salvini che in questo periodo pandemico si è detto contrario a una più generale regolarizzazione dei migranti irregolari, Aboubkar Soumahoro, italo-ivoriano, - leader del sindacato Usb – risponde a tono al leader leghista sulla questione lavoro dei così detti nuovi schiavi che lavorando come braccianti per pochi euro all’ora e in condizioni disumane, a vantaggio dei “caporali” – spesso italiani – della filiera della distribuzione vengono sfruttati. 

Il sindacalista, laureato in sociologia, è infatti in prima fila nella battaglia dei diritti dei braccianti utilizzati nelle nostre campagne. 

On the breadline Athens, elena bellantoni

La seconda manifestazione in tempo di COVID dopo quella ben organizzata a Piazza del Popolo a Roma – in cui per la prima volta dopo tanti anni ho visto una piazza piena di giovani con idee molto chiare – è stata quella per #statipopolari manifestazione promossa proprio da Aboubakar e dedicata agli emarginati e agli ‘invisibili’ braccianti ma anche lavoratori precari e riders. «Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame?». Soumahoro inizia a parlare citando un ex presidente della Repubblica: Sandro Pertini. 

Allora questa linea di crisi che si sta delineando sempre più forte in questo periodo, dove ci porterà? Se le persone hanno sempre più fame, forse torneranno in piazza con più forza per reclamare anche un semplice pezzo di pane?

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Per un anno intero, lo scorso anno, ho viaggiato in giro per l’Europa – Italia, Serbia, Grecia e Turchia - cercando di tracciare con il mio progetto vincitore della IV edizione dell’Italian Council la breadline. La linea del pane tradotta in modo letterale è in realtà è la linea di povertà, è il risultato di un forte capitalismo trans-nazionale esportato in una “certa parte di Europa”. 

Forse noi ne siamo il prodotto e spero che non ci ritroveremo tutti on the breadline, ovvero sotto la soglia di povertà. In questi mesi abbiamo visto fuori dai supermercati molte file di persone in attesa di entrare a fare la spesa, visivamente queste code ricordano le esplorazioni urbane di Margaret Bourke-White, con il suo ingombrante ma sensibile obiettivo puntato sulla società americana - nel periodo della Grande Depressione - di colore in fila per il pane per Bread Line during the Louisville flood

La composizione di questa immagine è rigida come implacabile il suo messaggio. Nella parte inferiore dell’inquadratura, un gruppo di afroamericani è in fila per accedere a un centro di assistenza, mentre sulle loro teste si estende un cartellone della propaganda politica del New Deal, in cui lo stereotipo del benessere americano è incarnato dalla famiglia bianca, composta da una madre, un padre, due figli e un cane, tutti sorridenti durante il viaggio in automobile. Appare evidente che nonostante il contrasto tra i soggetti sia di per sé efficace ed eloquente, l’immagine acquisisca l’asprezza intollerabile dell’ingiustizia sociale solo nel confronto con le parole dello slogan: «World’s highest standard of living. There’s no way like the American Way» (I più alti standard di vita del mondo. Non c’è altra strada che quella americana).

La scelta di inserire il testo nell’immagine amplifica il messaggio finale, mentre la sottile ironia con cui Margaret Bourke-White esprime la differenza tra la realtà del suo Paese e l’ideale del sogno americano si rivela subito uno strumento espressivo universale.

  La breadline associa, in modo evidente, il simbolo del pane ai suoi sinonimi ovvero grana, pagnotta che corrispondono ai di soldi e al lavoro. La protesta da una parte così come le rose - ovvero il diritto ad una vita migliore attraverso anche l’arte - sono state le parole che hanno disegnato il mio procedere in questi territori.

Ho deciso di seguire la linea tracciata del grande scrittore serbo/croato – che incontrai a Roma più di dieci anni fa durante una sua conferenza e scomparso da poco – Predrag Matvejević: «mi sono reso conto di come culture lontane avessero nel grano delle radici in comune. È la storia delle prime farine dei nomadi, delle sacche dei viandanti e del pane dei frati: che è lo stesso dei mendicanti e dei carcerati» così Matvejević narra il grandioso vagabondaggio del grano nel suo libro Pane Nostro. Questa sua “geopoetica” ha segnato sicuramente l’inizio del mio percorso.

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La Breadline ha segnato storie e narrazioni di questi paesi segnati dalle “rivolte del pane”, facendo dialogare i luoghi “caldi” che possano raccontare il nostro presente contemporaneo. 

Il pane non rappresenta infatti solo il momento del convivio e del confronto tra genti diverse, ma è legato alle rivolte popolari che spesso sono state identificate nella storia come movimenti di protesta che hanno unito popolazioni diverse nel nome della giustizia e dell’uguaglianza sociale. In questi posti uniti, la breadline è molto labile. La farina, la polvere di grano, è un valore e rappresenta culture millenarie e tradizioni diverse. Durante la ricerca, in ogni città, ho realizzato un’opera video insieme a dei cori composti da donne una performance accompagnata dal canto di protesta Bread & Roses, che trae origine da una frase di un discorso del 1912 di Rose Schneiderman, leader femminista socialista statunitense, declamato durante un importante sciopero di lavoratrici. 

Lo slogan delle lavoratrici: “vogliamo il pane ma anche le rose!” ha ispirato il titolo della poesia di James   Oppenheim, è divenuta poi una canzone musicata da Mimì Farina nel 1974 e cantata – tra i tanti - anche da Joan Beaz. Questo testo è considerato l’inno delle lavoratrici e dei lavoratori. 

L’elemento del coro, così come quello del pane, sono essenziali in questo progetto perché diventano lo strumento per raccontare attraverso parole, suoni e immagini le rivolte sociali, politiche che sono nel DNA di ogni paese, in particolare dei paesi legati storicamente e geograficamente al Mediterraneo. Il progetto è stato documentato con una pubblicazione finale di un catalogo, edito da Quodlibet, che racconta il viaggio attraverso un mio diario di bordo ed i testi critici di Benedetta Carpi De Resmini, Stefano Chiodi e Riccardo Venturi.

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   Ad oggi riflettendo su questo sentiero segnato dalle briciole di pane mi rendo sempre più conto della complessità in cui viviamo e dei giochi di potere di cui siamo spettatori. In questa parvenza di democrazia dominata dal capitalismo globale, dal consumo di cui siamo ormai tutti dipendenti, dovremmo forse iniziare ad assumere delle posizioni scomode, fuori dalla retorica, dal pietismo e dal qualunquismo. Ma come emanciparci da tutto questo? Siamo ormai come anestetizzati al dolore, alla sofferenza ma anche alla ricerca della felicità che è stata sostituita dal benessere. Abbiamo costruito il nostro piccolo orto, le nostre certezze identitarie, pensando di essere sempre nel giusto e fidandoci del pensiero dominante. Abbiamo capito che qualcosa non andava e siamo comunque diventati testimoni passivi di guerre di confine, genocidi, firmando un accordo per la una “tranquillità preventiva”, non rendendoci conto di essere in libertà vigilata.

Nell’ultimo decennio stiamo assistendo all’insorgere di nuovi populismi che regolano la politica con clima di tensione e paura, non ultima quella del Presidente Recep Tayyip Erdoğan che sta non solo brutalmente attaccando il popolo Curdo, ma anche mettendo in discussione il diritto di libertà all’interno della Turchia stessa.

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La vera performance collettiva sarebbe ragionare su una sospensione del funzionamento del denaro: il virus semiotico sottrae i corpi all’economia, i corpi rallentano i loro movimenti. Il corpo planetario, così lo definisce Bifo, è entrato in convulsione dopo decenni di accelerazione è colpito dal collasso della frenesia della crescita. 

Credo che forse unicamente una collaborazione collettiva, corale, da oggi in poi ci consentirà di inventarci nuove forme di coabitazione e di fare comunità. Così come scrive il filosofo sloveno Slavoj Žižek nel suo Virus: “una società alternativa, una società che vada oltre lo Stato-nazione e si realizzi nella forma della solidarietà globale e della cooperazione”. 

Oggi più che mai c’è bisogno di dare voce anche alle donne. Credo che questo ”gesto poetico-politico” nato attraverso la mia breadline sia necessario, non solo per raccontare un lungo passato di lotte e proteste, ma per leggere il presente ascoltando il passato e guardando al futuro. La dimensione della protesta, dello sciopero in generale per me è collettiva non individuale, il gruppo ha una forza che il singolo non ha. 

Da qui dovrebbe nascere un nuovo sistema per occuparci delle paure che sono emerse in questi mesi di quarantena forzata, delle riflessioni che vanno condivise, e trasformarle in energia dando così espressione ai nostri corpi e alle nostre voci iniziando a camminare all’unisono scandendo: “we want bread but we want roses too…