Concludo questo mio spazio di riflessione sul corpo introducendo un lavoro che ho deciso di produrre proprio in questo periodo il cui titolo riporta proprio sul body ovvero CORPO MORTO.
Sono in puglia da circa due settimane e sono stata invitata dal curatore Paolo Mele a riflettere sul concetto di Torre, di cui la lunga costa di circa 800 km ne è scandita. Queste architetture emergono sul paesaggio costiero simbolo di difesa nei tempi antichi erano gli occhi per avvistare da lontano i corpi nemici.
La torre per me ha un significato simbolico molto forte sia come segno sul territorio che come punto di vista. Ho prodotto un lavoro video per Manifesta12 Ho annegato il mare in cui trascino sulla costa sud di Palermo una “torretta” di legno con ruote alta quasi tre metri.

La Torretta che ho voluto costruire è una chiave per decifrare la città di Palermo, per capirla. La Torretta somiglia molto a una torre di salvataggio, una di quelle che troviamo sulle nostre spiagge; chi ci sale sopra è pronto a difendere e a custodire, attraverso lo sguardo, l’Altro.
La struttura è un dispositivo d’incontro che mette in relazione lo sguardo, la città, il mare, la memoria con la mia azione di natura partecipativa. L’ho trascinata per un giorno intero seguendo la linea dell’orizzonte, ed invitando chiunque volesse salire a un confronto con me sul mare annegato dal cemento.
Tornando alla simbologia delle torre nel gioco degli scacchi ha un ruolo particolare: difende il re ed effettua l'unica mossa che coinvolge nello stesso momento due pezzi presenti sulla scacchiera. Pensando a questa funzione, non posso non citare Pio La Torre, sindacalista illuminato collaboratore di Berlinguer che propose il reato di associazione mafiosa che prevedeva il sequestro e la confisca dei beni immobili. Nel 1976 La Torre fu componente della Commissione Parlamentare Antimafia che accusava duramente Vito Ciancimino, Salvo Lima e Giovanni Gioia di avere rapporti con la mafia. Alle 9:20 del 30 aprile del 1982 Pio La Torre, insieme a Rosario Di Salvo, venne assassinato. La Torre in generale dà la possibilità di acquisire un punto di vista altro-alto si erge tra cielo e terra in difesa della costa. La Torre in generale dà la possibilità di acquisire un punto di vista altro-alto si erge tra cielo e terra in difesa della costa.
Ho immaginato, per il mio nuovo lavoro Corpo Morto, di lavorare sul punto di vista dal mare disponendo la mia opera sul bordo dell’acqua visibile proprio dall’alto.
Sono in Salento a Gagliano del Capo la punta estrema di questa regione dove si incontrano i due mari: l’Adriatico ed il mar Ionio. Percorrendo le strade sulla costa intercetto la radio greca, l’altra sponda che si vede nei giorni di cielo terso canta a ritmo di Sirtaki che si intreccia anche con la lingua albanese. Questo mare intreccia storie differenti, è come un’enorme strada d’acqua che fa emergere visioni e narrazioni, sono in una terra di confine. Riflettere sull’acqua significa anche specchiarsi, avere una visione di sé, guardarsi dentro. Il linguaggio viene simbolicamente gettato e affidato al mare che raccoglie il flusso dei pensieri che vengono a galla.

Bellantoni CORPO MORTO 3

Ho pensato di scegliere la prospettiva dal mare per “buttare” un ancoraggio, gettare l’ancora o un corpo morto implica sia uno sforzo fisico che simbolico ovvero quello del gettarsi.
Buttare, lanciare… sono tutti sinonimi che sottolineano questa dimensione del coraggio di immergersi ed attraversare il mare. In questa tensione, in questo gioco-forza nasce Corpomorto.
Ho deciso di lavorare sul concetto di corpo morto - parola presa in prestito dal linguaggio marinaresco – producendo delle lettere galleggianti in polistirene espanso che diventano dei punti di ancoraggio per i corpi morti in cemento gettati in fondo al mare nella baia vicino al porto di Tricase.
Mi interessano gli aspetti linguistici di questi elementi marinari: la parola corpo-morto che evidenzia con il peso del cemento la presenza di molti corpi morti nei nostri mari, la parola an-coraggio sottolinea l’azione di buttarsi, il coraggio di avvicinarsi ed attraccare per raggiungere la terra ferma.
Il linguaggio diventa un salvagente un luogo su cui potersi appoggiare, tutte le lettere - che butto in acqua attraverso un’azione performativa – sono di colore arancio intenso lo stesso dei giacchetti di salvataggio usati in mare. I corpi morti, in fondo al mare, riportano come un riflesso la stessa scritta che affiora a pelo d’acqua: ancora corpo morto tra cielo e terra coraggio, da questo gioco di parole emerge un monito di natura poetica-politica che arriva da lontano. Appare in questo processo di scrittura, letteralmente, il rapporto tra il corpo, che diventa traccia, e la parola. La poesia visiva - usata da molte artiste dagli anni 70 - diventa performante. La poesia e la performance hanno un linguaggio molto simile, lavorano su una narrazione asciutta efficace che fluisce per immagini. Dal mio punto di vista il corpo scrive, incide lo spazio, diventa segno e forma allo stesso tempo. La performance ha un enunciato secco, lavora e de-scrive immagini chiare, esattamente come fa un certo tipo di poesia a me molto cara: la parola diventa incarnata.
Echeggia qui la visione fenomenologica del mondo e del saper vedere attraverso le cose del filosofo francese Merleau-Ponty, che nell’estate del 1960 all’età di 52 anni scrive il suo ultimo saggio prima di morire L’occhio e lo spirito. Nelle sue pagine dense e suggestive il filosofo si sofferma, in un punto, sulle piastrelle sul fondo di una piscina: quando vedo attraverso lo spessore dell’acqua le piastrelle sul fondo della piscina, non vedo malgrado l’acqua ed i riflessi, le vedo proprio attraverso essi, mediante essi. Attraverso l’acqua la carne del mondo emerge, la visione prende forma e come in una relazione chiasmatica tra cielo e terra, il corpo morto reclama il suo essere al mondo tramite la forma del linguaggio.

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Io mi definisco spesso un’archeologa-investigatrice poiché il mio lavoro è di ricerca: metto insieme tracce e frammenti per arrivare all’opera finale. Questo succede perché il mio lavoro è di natura processuale e di analisi del territorio in cui decido di passare del tempo. Qui l’essenza del mar Mediterraneo emerge con tutta la sua forza, da sempre esso ha rappresentato una strada d'acqua percorsa da popolazioni che giungevano e ripartivano. Chi si sposta da un confine all’altro deve spesso attraversare il mare, per farlo “escogita” diverse strategie per compiere un viaggio di cui si conosce bene il punto d’inizio ma non quello di arrivo.

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Io lavoro per immersione, in questo caso, con Corpo Morto l’immersione avviene anche in senso letterale buttandomi in mare per costruire la mia azione. Il gettarsi, il buttarsi fa emerge un aspetto importante sia della mia pratica artistica che del ruolo dell’artista oggi: attraverso il mio agire posso dichiarare apertamente lo “shock” di questa gettatezza (il desein heideggeriano, per intenderci), manifestando esplicitamente - attraverso il mio processo di lavoro e le mie performance - questa discrepanza fra il mondo interno ed il reale.

Il mondo ci attraversa e noi in quanto artisti engagé – se è lecito ancora utilizzare questo termine – possiamo prendere delle posizioni rispetto al mondo che abbiamo davanti e utilizzare il nostro linguaggio creando nuovi punti di vista, così come quello dal mare… Non posso non pensare ad Albert Camus che, negli anni cinquanta, dopo il suo viaggio in Grecia, appunto, rielabora il così detto pensée de midi che abbraccia i paesi del mediterraneo. Corrado Rosso nella prefazione all’Uomo in rivolta (Bompiani) afferma che esso è l’espressione di una legge, propria di quel pensiero mediterraneo, antigermanico, antistorico che è la legge che fonda la rivolta.

Mi rivolto dunque siamo scriveva lo scrittore Algerino nel 1951 – frase da cui nel 2014 ho prodotto anche un lavoro a neon - in un’azione si scopre la dualità, il sé plurale. Questa solidarietà, cara allo scrittore apolide, emerge da una dicotomia con il mondo, da una frizione inevitabile che genera pensiero mettendo in crisi il sistema costituito e codificato, il passato e le grandi ideologie assumendo così una posizione scomoda. Con Corpo morto la storia viene mietuta e fatta parlare, riletta e riscritta, il linguaggio dal profondo prende vita con un gesto artistico, come un mezzo di salvataggio resta a galla.