ACUSMATIQ XI, SUONO+SPAZIO – INTERVISTA A PAOLO BRAGAGLIA, DIRETTORE ARTISICO DEL FESTIVAL

ACUSMATIQ XI, SUONO+SPAZIO – INTERVISTA A PAOLO BRAGAGLIA, DIRETTORE ARTISICO DEL FESTIVAL

Si è da poco conclusa l’undicesima edizione di Acusmatiq, il festival di musica, arte e cultura elettronica di cui curi la direzione artistica: com’è andata?
Molto molto bene, nonostante l’esiguità dei mezzi economici a disposizione, che sono diminuiti nel corso degli anni, siamo riusciti a mettere in opera una serie di collaborazioni con diverse realtà che ci hanno permesso di offrire al nostro pubblico un festival di buon livello, facente sempre leva su dei progetti innovativi come nella sua tradizione.
All’11 edizione, è uno dei festival più longevi del genere in Italia, per cui mi viene da dire che riesce a catturare, a prescindere dal contenuto, un buon bacino di persone grazie anche alle sue vesti di appuntamento ricorrente.

Da dove nasce la tematica centrale Suono-Spazio? Cosa comunica?
Io negli ultimi anni ho cercato di procedere per aree tematiche. Quest’anno, semplicemente, l’idea era quella di esplorare il movimento del suono nello spazio nelle diverse sfumature espressive che questo può offrire. Nella fattispecie c’erano due performance impegnate in questo tema: la prima è stata frequenze mobili che è stato un concerto su macchine elettriche specifiche che si muovevano nello spazio, per cui il tema è toccato fisicamente dallo spostamento meccanico con le macchine I-Moving di Jesi (credo sia stata una prima mondiale e una produzione esclusiva del festival).
L’altra si identifica con il concerto in surround, quindi coi suoni che giravano attorno agli spettatori, di Monolake; potremmo definire tale appuntamento tra i più importanti di questa edizione. Avevo preventivato altre iniziative di questa risma ma che non sono riuscito a sviluppare a causa del budget ridotto.

La rassegna inizia ad avere un certo storico, come si è evoluta nel corso degli anni?
Si è evoluta cercando sempre di più, partendo da una forma di rassegna di vari artisti, di radicarsi nel territorio e di interagire con realtà esse stesse marchigiane, tali da delineare produzioni che traessero linfa dai luoghi in cui si muoveva il festival. Mi viene in mente l’iniziativa, proposta qualche anno fa, del museo temporaneo del Sintetizzatore Marchigiano, studiato per offrire un’ottica globale-locale di valorizzazione della tradizione regionale nell’ambito dello strumento musicale elettronico; abbiamo avviato, inoltre, delle collaborazioni molto proficue con l’Università Politecnica delle Marche, cercando di usare nelle nostre produzioni performative delle tecnologie esclusive dell’Università, ovviamente coinvolgendo primariamente performer locali.

La Mole e Acusmatiq, ormai, sono un binomio vincente inscindibile. Su cosa si basa questo dialogo? Quali sono i fattori di successo?
Io frequento la mole vanvitelliana da tanti tanti anni ed è un posto che ho sempre amato alla follia per il suo essere un’isola, per il suo essere efficace e suggestivo dal punto di vista architettonico e non nascondo che essa stessa è stata motivo di ispirazione per molte delle nostre produzioni.
Prima parlavo di frequenze mobili che è un’evento ideato e concepito alla mole, come pure ASMOC – sintetizzatori modulari che è stato pensato per essere fatto intorno al tempietto vanvitelliano; tempietto dove ad esempio l’anno scorso abbiamo proposto lo spettacolo di rivisitazione di “In C” di Terry Riley con l’orchestra filarmonica marchigiana, suonata proprio in loco.
Per cui, insomma, mi viene da dire che c’è un rapporto di simbiosi e ricerca costante di un rapporto tra la proposta musicale e quella architettonica, facilitata dal fatto che in Acusmatiq i temi della ricerca nel suono nella sua produzione sono centrali proprio nella storia del festival.

Da esperto ci puoi dare una tua opinione sul futuro del rapporto tra musica e tecnologia?
La musica nasce assieme alla tecnologia in qualche modo, o perlomeno non si è mai arrestato il rapporto e il dialogo tra ricerca tecnologica e creazione musicale.
Sono tempi di grandi cambiamenti perché credo che nel futuro servirà sempre di più a manipolare e a trasformare i suoni acustici; servirà in qualche modo a aiutare il lavoro dei compositori nel creare delle impalcature, per così dire, più complesse sgravando della fatica di combinare nel dettaglio; infine, si muoverà nel campo del processamento.
Quindi per il futuro io vedo tre grandi filoni: modificazione, trasformazione e processamento.

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