Ancona e la quarantena in letteratura

Ancona e la quarantena in letteratura

Una riflessione sul romanzo di Maximiliano Cimatti L’uomo di Elcito

In questi tempi di quarantena e di scarsa motivazione alla lettura, ho ripensato a un romanzo di qualche anno fa ambientato nelle Marche della seconda metà dell’800: L’uomo di Elcito, di Maximiliano Cimatti. L’autore romagnolo, trasferitosi nelle colline marchigiane nel 2013 per dedicarsi alla scrittura e a una vita all’insegna della sobrietà, ha costruito una storia attorno a tre vicende realmente accadute negli anni 1865-66: la costruzione del tratto ferroviario Ancona-Roma, l’epidemia di colera che colpì duramente Ancona in quegli anni, la caccia ai briganti da parte dell’esercito.

Non ci vuole molto a indovinare quali di questi tre momenti mi sia tornato in mente in questo periodo.

Il protagonista del romanzo, il caporale Anselmo Toschi, dopo aver assistito all’arrivo del primo treno nella Vallesina e prima di partire per dare la caccia ai briganti, viene mandato con i suoi uomini al porto di Ancona in seguito all’epidemia di colera scoppiata in città. I personaggi hanno il compito di mantenere l’ordine, ripulire le strade, fumigare le case in una città deserta e spettrale, con alti rischi di contagio e problemi di diserzione. Nella Mole, da pochi anni non più lazzaretto della città, vengono rinchiusi e isolati gli individui contagiati, oltre che i soldati in attesa di nuove destinazioni, e i protagonisti della storia vi si recano per contribuire al necessario smaltimento di panni sudici e corpi chiusi nei sacchi.

Nei pochi capitoli dedicati al colera, l’autore tocca alcuni temi riguardanti il problema del morbo, dalle cure approssimative e ancora di natura superstiziosa agli effetti della malattia sulle persone, dagli strumenti utilizzati per la fumigazione al contagio nell’entroterra causato dagli abitanti in fuga. Alla fine, i morti nell’anconetano superarono le duemila unità.

Trattandosi di un romanzo e non di un saggio storico, il libro si concentra sulla natura dei personaggi, sul senso d’ingiustizia intrinseco al codice militare, sullo sgomento davanti ai malati che non ce l’hanno fatta, sullo spirito di fratellanza e quello più prosaico di sopravvivenza che mostrano durante la vicenda. La narrazione ci lascia infine una riflessione in controluce sul destino degli uomini legato indissolubilmente all’ambiente di provenienza, al potere di vita e di morte stabilito da una legge superiore, alla sorte di passare per eroi della patria anche dopo aver fatto di tutto per tradirla.

Stefania Medici

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