Concerti in era Covid: possiamo solo aspettare? – Jonathan Iencinella / Peacock Live & Events

Concerti in era Covid: possiamo solo aspettare? – Jonathan Iencinella / Peacock Live & Events

Inutile girarci intorno, la situazione prodotta dal covid-19 è una batosta veramente pesante per il mondo dei concerti. Non solo e non tanto per i grandi eventi, ma soprattutto per il restante 90% di quel mondo, composto per lo più da piccoli club, promoter solitari, musicisti, fonici al seguito ed eroici tour manager, perché è di questo che è composto il tessuto reale su cui quel mondo si regge e lo sanno bene tutti coloro che lavorano su questi livelli per gran parte dell’anno, dal musicista che deve infilare quante più date possibile per tenere in piedi i delicati equilibri finanziari della propria attività, al gestore gravato da affitti e mesi senza introiti. È un tessuto che si regge su un’economia per lo più di sussistenza, che rischia di non riuscire a traghettare indenni dall’altra parte della crisi tutti quelli che sono coinvolti nella tempesta. Tempesta che per altro non inizia con il covid, è bene ricordarlo. Da più parti infatti il settore era già gravato da deficit strutturali di cui certo non veniamo a conoscenza solo oggi. Prima una visione inquinata delle formule associazionistiche che sorreggono gran parte della rete dei live club, secondo cui le agevolazioni fiscali o le ridotte tariffe sul diritto d’autore cui tali formule danno accesso, rappresenterebbero intollerabili elementi di scorrettezza concorrenziale a danno degli esercizi “regolari”, che “pagano le tasse”, come ad esempio le discoteche; un punto di vista che si ostina a non voler riconoscere la differenza tra il puro enterteinment su scala di mercato e l’intrattenimento “culturale”, che vive di per sé su numeri assai più esigui e rappresenta uno spazio vitale anche per proposte che soddisfano una domanda di natura del tutto diversa da quella dettata, appunto, solo dal mercato. Poi la scure delle restrizioni legate alle norme di sicurezza, che dopo le vicende di piazza San Carlo a Torino e il nefasto concerto di Sferaebbasta a Corinaldo, ha letteralmente falcidiato il settore, introducendolo al tema dei rischi legati all’assembramento ben prima dell’emergenza covid. E ora infine quella che ha tutta l’aria di essere una mazzata finale. I nervi dunque sono scoperti e le debolezze strutturali che lasciano intravedere, se da una parte vanno affrontate da un punto di vista eminentemente politico (istituzione di diritti professionali riconosciuti e tutelati), dall’altra suggeriscono forse che la vera partita è quella sul generale livello culturale di un Paese incapace di cogliere le differenze tra l’oro ed il ferro ed è una partita che si gioca più sul lungo termine, sui banchi di scuola. Insomma, il passaggio non sarà indolore, questi sono i fatti, la recentissima chiusura del circolo Ohibò a Milano ne è un primo segnale. 

Immaginare un dopo covid per il mondo dei concerti in questo momento sarebbe un puro esercizio di astrazione; lanciarsi addirittura in previsioni, uno sport troppo rischioso e poco appagante. Allora forse bisognerebbe stare all’adesso, e l’adesso è il momento della difficoltà, é vero, ma può essere anche il momento della possibilità. Si, perché la discussione non può fare a meno di passare anche per un altro piano, oltre a quello politico e culturale: il piano non tanto della creatività tout court, attenzione, ma della volontà creativa e quindi della sperimentazione. E’ il piano su cui solitamente avvengono quegli spostamenti di asticella che fanno fare dei balzi in avanti all’arte e a tutto ciò che vi è connesso. E se è vero che il modo migliore per immaginare un futuro con i piedi ben piantati nel presente, è guardare al passato, credo che dalla storia più recente dell’underground musicale della nostra regione potremmo avere qualcosa da imparare. Le Marche infatti negli ultimi 15-20 anni hanno vissuto una vera e propria stagione d’oro da questo punto di vista e chi è cresciuto come me a pane e concerti sa perfettamente di cosa sto parlando. Si è trattato di un fenomeno culturale (e sociologico per certi versi) che non esito a definire esaltante avendolo vissuto in prima persona da addetto ai lavori e che forse non avrà guadagnato le cronache dei quotidiani, ma non è certo sfuggito, ad esempio, agli sguardi più attenti della stampa specializzata, così come ai molti musicisti extra marchigiani che passando a suonare da queste parti hanno annusato un’aria tutta particolare. Ma andiamo con ordine. 

Gli epocali passi avanti della tecnologia a cui abbiamo assistito all’alba del nuovo millennio hanno cambiato i connotati al mondo della musica, ne hanno aumentato l’accessibilità rendendo meno onerose produzione e promozione ed è diventato molto più semplice persino contattare un locale per suonare: niente più pacchi con dentro un cd, spese postali e ricerche spasmodiche di indirizzi sulle riviste specializzate. Ognuna di queste cose è ormai a portata di click. A trarre vantaggio da tutto ciò è stata soprattutto la cosiddetta musica “indipendente”, termine che non sta ad indicare un preciso genere, ma piuttosto un’attitudine e una serie di pratiche: il non dipendere da fattori esterni, il non rispondere a modelli dominanti, il non seguire dinamiche dettate da stringenti regole di mercato, il largo uso dell’autoproduzione e dell’autopromozione, metodi già ben noti fin dai tempi del movimento punk degli anni ’80, che ne fece addirittura un’etica, il cosiddetto D.I.Y., sigla che sta per Do It Yourself, letterlamente “fattelo da solo”. Underground, appunto, proprio ad indicare gli scantinati, i garage, le bettole in cui si sviluppano quelle tendenze culturali (non solo musicali) che vengono su da sotto, che non suonano come le altre. Qualcosa che risponde più alle sollecitazioni dell’urgenza che non a quelle dell’utilità, che grazie a questo upgrade tecnologico ha trovato condizioni più favorevoli rispetto al passato per emergere in superficie. Calcutta, Cosmo, Lo Stato Sociale, solo per citare alcuni tra i nomi più popolari della storia recente della musica leggera italiana, forse faranno storcere il naso ai puristi, perché più vicini alla canzone popolare che non alla sperimentazione, ma sono emersi proprio da quel mondo e grazie a quelle pratiche. Insomma, sono stati gli anni della musica “indipendente”, e questo ovunque, non certo solo nelle Marche.   

Eppure qui più che altrove il fenomeno ha assunto connotati ragguardevoli, sia in termini di quantità che di qualità, soprattutto in relazione all’assenza di grandi centri urbani – e quindi di un vasto pubblico potenziale per i concerti –  e di veri e propri soggetti imprenditoriali in grado di immettere nel sistema risorse sostanziose. Tra la fine dei ’90 e i primissimi anni ’00 ha avuto inizio infatti una vera e propria esplosione di creatività e operosità che ha determinato nell’ambito della musica indipendente, pop o rock che sia, e in un territorio da sempre culturalmente un po’ periferico come il nostro, uno scenario musicale da far invidia a una grande città. Certo si è retto su equilibri economici ben più sottili rispetto a quelli di centri che hanno potuto contare sui grandi numeri, ma i colli e le coste della nostra regione, possiamo dirlo, sono stati teatro di una delle più vivide scene musicali che l’Italia abbia conosciuto negli ultimi decenni, senza tema di smentita, dal momento che a testimoniarlo ci sono anni di articoli e recensioni comparsi sui principali media di settore, attratti da quanto stava accadendo. Piccole etichette discografiche, promoter, organizzatori, tanti spazi per la musica dal vivo, concerti, eventi, festival, e tante tante band che da qui a un certo punto si sono riversate a fiotti sui palchi di tutta Italia e in molti casi d’Europa. Tutta la regione è stata attraversata da questo fermento, articolato attorno a distinte aree “d’influenza”: Pesaro e Fano a nord,  al centro il triangolo Jesi, Senigallia, Ancona e quella sorta di enclave sviluppatasi tra Recanati, Catelfidardo, Osimo e Filottrano, più a sud l’area del maceratese e infine la zona costiera intorno a San Benedetto del Tronto, meno feconda di gruppi ed etichette rispetto alle altre, ma non certo di locali ed eventi. In ognuna di queste zone, a partire dalla seconda metà degli anni ’00, le varie componenti hanno iniziato sempre più a dialogare tra loro, intensificando collaborazioni, scambi e influenze reciproche, fino a creare quasi dei macro-tessuti caratterizzati da distinte identità stilistiche, codici attorno ai quali si sono aggregate delle comunità e da cui poi sono usciti gruppi e musicisti che si sono poi espressi con voce autorevole nei rispettivi ambiti (o generi che dir si voglia) anche a livello nazionale. Già negli anni ’80 e ’90 si erano viste esperienze significative nelle Marche, poi grazie a quel salto tecnologico di cui dicevamo, la cosa è decollata. 

Diversi gli elementi che in qualche modo hanno rappresentato il presupposto e il carburante di questo fermento. Innanzitutto la marginalità, il fatto di essere una periferia culturale, fuori dai giri che contano, in un luogo in cui chi voleva (e vuole) misurarsi con la musica avvertiva una mancanza, di strutture, di occasioni, di “facilitatori”, di sensibilità. E si sa, la mancanza genera il bisogno: il bisogno di un linguaggio espressivo in grado di sublimare il disagio, il bisogno di farsi sentire, di dire la propria. E qui entra in scena l’altro elemento distintivo, l’iniziativa dal basso, l’orizzontalità del fenomeno: ad aggregarsi in collettivi, ad aprire un locale o un’etichetta, ad organizzare eventi e a promuoverli, insomma, ad inventare formule, soluzioni, modalità per creare le strutture, le occasioni e la sensibilità perché tutto ciò potesse aver luogo, sono stati in moltissimi casi i musicisti stessi, senza aspettarsi nulla dall’esterno, senza chiedere nulla, costruendo, concerto dopo concerto, disco dopo disco, spinti dall’urgenza di dire e di suonare. Si dirà: altri tempi, c’erano più spazi, leggi meno restrittive, e in ogni caso i concerti in questo momento si possono fare solo con limitazioni che li rendono diversi da come li abbiamo conosciuti finora. Vero. Ma il punto non sta nei concerti: il punto sta in quel senso di mancanza che quelle persone hanno trasformato in possibilità, nello spirito di iniziativa con cui lo hanno affrontato, nella volontà di fare, di sperimentare, di prendersi lo spazio vitale percorrendo strade “altre”, anziché aspettare e sperare che accadesse qualcosa. 

Ecco, guardo a quegli anni, a quella volontà di esserci nonostante tutto; poi guardo all’adesso e vedo da una parte, di nuovo, la mancanza, che è mancanza di condizioni per fare le cose come le abbiamo sempre fatte, ma dall’altra non vedo altrettanta voglia di sfruttare il momento per creare ed inventare nuove possibilità e nuove formule. C’è per lo più attesa, di norme, di finanziamenti, di ritorno alla normalità. Ed è legittimo, intendiamoci. “I concerti senza fisicità non sono concerti, questa idea non deve passare”, si sente dire riguardo allo streaming, e siamo d’accordo, così come non deve passare l’idea che ciò che ruota intorno alla musica sia tutto riconducibile a una questione di pura passione, creatività e voglia di esprimersi, quindi sgomberiamo il campo da ogni dubbio: i soldi c’entrano e ci devono entrare, la musica deve poter essere considerata un lavoro e come tale le va riconosciuta dignità professionale. Ma dov’è quella carica artistica, quella volontà di creare mondi nuovi, di muoversi sui bordi, di parlare linguaggi inusuali? Artisti, creativi, outsiders, questo è il vostro momento! Questo è il momento di sperimentare, di spingersi oltre, di prendere l’iniziativa. Forse è il momento di tornare nell’underground, nei garage e negli scantinati, invece siamo tutti lì appesi ad un filo ad aspettare, al massimo a correre dietro a una brutta copia del concetto standard di musica dal vivo, che alla fisicità vorrebbe assegnare un posto a sedere. Per immaginare una musica dal vivo diversa bisogna pensare a un tipo di esperienza diversa e per farlo basterebbe probabilmente spostare l’attenzione dal formato concerto classico e dagli spazi a cui siamo abituati, per guardare altrove: home concert, esibizioni one to one… gli esempi non mancano per offrire anche allo spettatore un tipo di esperienza inusuale, ma come sempre, per strutturare una risposta all’altezza della situazione ci vuole un’azione corale, un movimento orizzontale che coinvolga tutti, musicisti, organizzatori, pubblico. Poi tutto il resto, le richieste di aiuti economici, le attese di ritorno alla normalità, possono viaggiare in parallelo. Ma non restiamo solo ad aspettare che qualcuno ci dica cosa si può o non si può fare. 

C’è del marcio nelle Marche – Stefano Pifferi, Sentire Ascoltare, maggio 2009
https://sentireascoltare.com/articoli/ce-del-marcio-nelle-marche/

From Pesaro with rock – Jessica Dainese, Il Manifesto, agosto 2013
https://ilmanifesto.it/from-pesaro-with-rock/

Marche D.O.C.– Gianluca Polverari, Rockerilla, novembre 2013

Alieni tra noi: Macerata occulta – Giacomo Stefanini, Vice, dicembre 2015
https://www.vice.com/it/article/ryvem7/alieni-fra-noi-macerata

Le Marche a fuoco: la scena underground marchigiana degli anni 2000 – pagina Facebook
https://www.facebook.com/pg/LeMarcheaFuoco

Photo credits: Francesca Tilio

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