Per Valeriano Trubbiani

Per Valeriano Trubbiani

4 anni fa azzardammo sfacciatamente delle forzature: 4 fenomenali sculture di 3 artisti incredibili volutamente composte insieme a rappresentare la metafora del mondo terrestre che si snerva nel disadattamento del rapporto ecologico tra persone e animali.

Il cavallo di Marino Marini, il gabbiano di Piero Gilardi e su tutto Valeriano Trubbiani con il suo precipitare di uccelli e la selvaggia razzia dei suoi topi.

Forzature che però ci sentivamo assolutamente di poter giustificare e di voler difendere, perchè volevano portare al sentimento delle cose.

Volevamo dire che l’ineluttabilità del male non è del tutto vera, che questo è l’uomo sì, ma c’è dell’altro: il topone immondo che esce dalle fogne zozze, sale la scala per rubare il raccolto messo in alto per cercare di proteggerlo, banchetta sul desco familiare, entra nella culla con l’infante (mangia un dito intero al bimbo che piange di notte e sua madre non se ne accorge perchè dorme stremata dalla stanchezza come raccontato dalla fotografia di Letizia Battaglia) alla fine è catturato dentro la gabbia, escluso dalle oscillazioni della vita e dagli interminati spazi, tolto dalla capacità di degradare la vita.

Valeriano guardava soddisfatto queste forzature che avevamo fatto, contento.

Era solo una mostra, non è la vita; una mostra in cui all’inizio c’era il corpo, era presenza palese, poi via via andava a scomparire, però di questa scomparsa alla fine restava un messaggio molto forte. Non ci eravamo preoccupati se alla fine il corpo scompariva, non era una contraddizione: può succedere così anche nella vita, non solo nelle mostre.

[ andrea mangialardo 2020_08_29 

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