STAMMI VICINO – Andrea Mangialardo

STAMMI VICINO – Andrea Mangialardo

il mondo era così recente che molte cose erano prive di nome e per citarle bisognava indicarle col dito

Con Garcia Màrquez ci accostiamo al disorientamento di fronte a quello che scopriremo nel mondo prossimo del post-isolamento: siamo attesi dalla novità del paradosso di poterci riavvicinare a distanza, dall’incongruenza della socialità privata del contatto.

Quello su cui puntiamo il dito senza riuscire a nominare – come bambini prima della conquista della parola – è la paura che nella lenta e rispettosa riconquista della nostra libertà sociale corriamo il rischio di confondere tutta la fenomenologia del contatto con qualcosa da esorcizzare finendo quasi per colpevolizzare la manifestazione della vita stessa.

Per anni ci siamo animati e abbiamo lavorato spinti dall’imperativo del dialogo, della coesione, del legame, della comunità, del contrasto all’isolamento, della grande festa collettiva, del riempire le piazze… come possiamo declinare ora tutto questo?

Consapevolmente centrati sull’enormità del valore della parola comunità non possiamo adesso accettare il selvaggio ritorno di quella primitiva e ancestrale paura dei gruppi.

Innanzitutto, per non perdere la capacità di empatia nella pur temporanea necessità di ri-programmazione delle nostre modalità d’uso dello spazio pubblico, chiamiamolo distanziamento fisico e non distanziamento sociale che è ciò che dobbiamo a tutti i costi scongiurare.

La richiesta di distanziamento fisico assume connotazioni decisamente particolari per le attività culturali, artistiche e di spettacolo, in cui una componente assolutamente rilevante ed essenziale del valore dell’esperienza risiede proprio nella ritualità della partecipazione di gruppo, nell’effetto di estasi collettiva.

In questo settore non abbiamo ancora metabolizzato il mutamento delle modalità di partecipazione agli eventi imposto dalle ultime normative di safety & security che abbiamo applicato con grande specializzazione tecnica non preceduta da un necessario approccio culturale, ritrovandoci con soluzioni parziali che hanno fortemente condizionato la capacità estetica ed estatica degli eventi pubblici; e non possiamo neanche trascurare come l’impatto economico di questi adempimenti ha condizionato anche i processi ideativi, creativi e organizzativi degli operatori culturali di piccola e media dimensione.

Quell’approccio più ampiamente culturale, con taglio umanistico oltre che tecnico, è assolutamente indispensabile per non disperdere la rappresentazione del significato della partecipazione del singolo spettatore correlata alle dinamiche della relazione con gli altri partecipanti all’evento.

Si tratta di dare rilevanza ai fenomeni che succedono nello spazio fra le persone, fare attenzione che la distanza fra le persone non annulli la forza delle persone: una questione di campo, di ciò che sta attorno ai singoli punti distanziati.

In modi diversi ma con analogia di significato, questa questione di fondo è presente nei pensieri di poeti, architetti, geografi, economisti.

In una intervista di questi giorni, Chandra Livia Candiani riporta poeticamente: Un maestro disegnò un giorno sul bianco di una lavagna il segno stilizzato di un piccolo uccello e chiese ai suoi studenti: che cos’è? In molti dissero: un uccello. E il maestro, scuotendo la testa: è un cielo vasto e in questo momento sta passando un uccello.

Più di 20 anni fa, Stan Allen scrisse Field Conditions in cui facendo riferimento allo spostamento della teoria e della pratica del visuale dall’oggetto al campo ribadiva l’importanza delle forme tra le cose oltre a quella della forma delle cose.

La letteratura della geografia e dell’economia del territorio usa l’immagine de il bianco tra i punti (the white between the dots) per definire l’importanza di tutti gli spazi indefiniti che stanno tra i poli costituiti di una mappa, ovvero il complesso delle relazioni tra le forme urbane e il fondo rurale che sostanziano l’identità del territorio. 

Già 50 anni fa, Jan Gehl scrisse Life between buildings per raccontare l’importanza e la ricchezza di tutta la vita che è allocata e si attiva nello spazio libero fra le forme del costruito.

Se quindi crediamo che lo spazio fra le persone e tutti i fenomeni che vi succedono dentro siano di ineludibile valore al pari degli altri beni comuni (che nella visione degli economisti come Elinor Ostrom sono quelli che aprono un terzo spazio tra il privato e il pubblico, tra il mercato e lo Stato) allora dobbiamo garantirne tutte le possibilità con meccanismi che precedano le normative e siano diversi dalle regole tecniche, per evitare in tutti i modi il rischio che il distanziamento fisico diventi distanziamento sociale e metta in pesante condizionamento l’essenza stessa dello stare insieme e dell’essere comunità.

Se riusciremo a garantire queste possibilità allora potremo salvare quello spazio tra noi e dargli un nome preciso.

Se quello spazio vuoto attorno a noi fosse spazio appositamente lasciato per mantenere  la possibilità di accogliere altro e ancora invece che spazio per tenere la distanza e non permettere l’avvicinamento degli altri allora sarebbe giustificabile, come la stanza lasciata appositamente vuota da Chandra Livia Candiani nella sua casa.

Andrea Mangialardo – Cabina di regia Progetto Presente
photo credits: Alessandro Cecchi

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